Questo era giusto
Aprì gli occhi nell'istante in cui il ricordo della notte precedente svaniva, finalmente, nel pulviscolo del sogno.
Le prime luci del mattino.
Una luce che, fino a poche ore prima, credeva non avrebbe più avuto il privilegio di vedere.
I suoi occhi vagarono sulla stanza per qualche secondo prima di ricostruire mentalmente la situazione.
Nel letto accanto al suo c'erano Neville e Ginny, la ragazza, sdraiata sul ventre, una mano abbandonata giù per il letto a sfiorare il pavimento, la testa girata verso il ragazzo che le dormiva accanto, pancia all'aria, respiro pesante.
Luna rannicchiata ai piedi del letto, nella stessa posizione in cui l'avevano lasciata la sera prima. Probabilmente non aveva dormito. Solo ora sembrava leggermente assopita, le gambe magre raccolte, una cascata di capelli biondi a coprirle il viso. O forse stava semplicemente pensando, persa nel suo mondo.
Hermione si passò una mano sugli occhi, sbirciando appena i poster dei Cannoni di Chudley sulle pareti che scorazzavano allegramente per il campo, come se quell'invasione non fosse degna della minima attenzione, per nulla contemplata. Si accorse solo dopo essersi svegliata quasi completamente del braccio che le gravava sul fianco. Una mano. Grande.
Sì voltò appena scorgendo il viso addormentato di Ron al suo fianco. Nel sonno nessuna serenità, le sopracciglia leggermente aggrottate a cucirgli addosso un'espressione corrucciata.
Cercò di muoversi lentamente, scostando il suo braccio, riponendolo con delicatezza sul materasso. Lo contemplò per qualche secondo, prima di levarsi in piedi, rendendosi conto di quanto le facessero male le articolazioni. Non aveva dormito comodamente, per niente. Non che la cosa le importasse comunque. Solo era fastidioso.
La sera precedente avevano trovato una soluzione di comodo. Tutte le altre stanze della Tana erano state occupate, persino in salotto stazionavano auror, membri dell'Ordine e persone sconosciute. In bagno, nella vasca, forse, dormiva Moody.
Qualcuno non aveva dormito per niente. Qualcuno aveva continuato ad entrare ed uscire dalla casa, in un continuo e tormentoso andirivieni.
C'era stato tanto trambusto la sera precedente.
C'era stata paura la sera precedente.
C’erano state esplosioni di gioia e dolore la sera precedente.
C'era stato troppo la sera precedente.
E quel troppo adesso impediva ad Hermione di restare a letto, semplicemente ad aspettare che il tempo passasse. Il dormiveglia tormentato da incubi spaventosi, ricchi di ombre, di sibili, di morte.
“Dove vai?” una voce appena sotto di lei. Il viso di Luna che sbucava da sotto quel sipario di lunghi capelli, i suoi grandi occhi arrossati, spaventosi nel contesto.
“Volevo…”
“Mi porti un bicchiere d'acqua quando torni?”
Hermione annuì semplicemente, per nulla stupita dalla richiesta.
Diede un ultima occhiata alla stanza e uscì, richiudendosi silenziosamente la porta alle spalle.
In corridoio c'erano un paio di uomini che parlottavano a bassa voce. Si voltarono solo al suo passaggio, seguitando a chiacchierare come se lei non fosse nessuno di importante.
Sulle scale Fred, seduto placidamente su un gradino nel mezzo, aggrappato alla ringhiera, apparentemente assorto.
Hermione gli si affiancò rivolgendogli uno sguardo dall’alto.
“Dove vai?” la stessa domanda di Luna, tono completamente diverso questa volta.
“A prendere una boccata d'aria…” rispose, indirizzandogli un sorriso “Vuoi venire con me?”.
Non seppe perché gli rivolse quella domanda, non sapeva più molte cose ormai.
“No… no aspetto qui…”
“George?” non si riuscì ad impedire di chiedere. Quando ci si rivolgeva ad uno dei gemelli semplicemente il pensiero correva anche all'altro.
“Dorme… ci diamo il cambio… è strano…”
“Perché?”
“George ed io solitamente dormiamo e ci svegliamo nello stesso istante…” un sorriso triste, un po’ malinconico, forse “Cose di gemelli…”
Le scoccò un sorriso di quelli che riservava solo a lei, tra lo scherzo e il rispetto. Hermione era sempre stata diversa per loro. Con lei si doveva usare un altro tipo di approccio.
Ed era stimolante.
Hermione gli annuì in risposta e finalmente proseguì, raggiungendo il piano terra, in mezzo a tutta quella gente. Tutte quelle persone che aveva visto anche la sera precedente, ma che nel trambusto generale aveva liquidato in fretta, confondendone i volti.
C'era Tonks, assopita sul divano, i capelli verdi questa volta, le labbra lucide spalancante a ricacciare aria nei polmoni. Bill e Charlie, accanto al camino, silenziosi davanti ad una scacchiera. Kingsley stava entrando in quel momento dalla porta principale, con un paio di grosse buste colme di cibo.
La signora Weasley si alzò all'improvviso dal tavolo dove stava sbucciando alcune mele, correndogli incontro affaccendata.
“Non ti dovevi disturbare…” lo rimproverò, aiutandolo a tirare fuori pane fresco dalle buste.
Le rivolse un sorriso quando le passò di fianco silenziosa.
“Hermione cara, ti sei già svegliata? Vuoi fare colazione?”
Hermione sbirciò l'orologio che segnava appena le sette del mattino e scosse la testa.
“Non ho fame.” Rispose semplicemente, cercando di abbozzare un sorriso che non le si compose in modo soddisfacente.
La signora Weasley aggrottò le sopracciglia e piegò le labbra nella tipica espressione di chi sta per scoppiare in lacrime, come se con quelle parole avesse fatto tutto un suo collegamento, risalendo al presunto motivo dell'inappetenza di Hermione.
“Prenderò un pezzo di pane…” si affrettò allora ad aggiungere, mentre Kinglesy le porgeva una pagnotta di pane bianco dal quale strappò una porzione poco consistente.
Se ne ficcò un pezzo in bocca, masticando con finto gusto, mentre la donna ormai in preda ad uno stato emozionale incontenibile, tirò fuori un grosso fazzoletto a quadri e se lo passò sugli occhi ancora asciutti. Circumnavigò il tavolo e strinse la ragazza in un abbraccio materno.
“Andrà tutto bene…” mormorò in un singhiozzo, mentre Hermione inghiottì quel pezzo di polistirolo che credeva di avere in bocca, stringendo gli occhi per impedire di lasciarsi vincere da qualsiasi emozione.
“Certo, andrà tutto bene.” Rispose convinta, convintissima, ipocritamente convinta. Ed improvvisamente si rese conto di non credere affatto a quelle parole, consapevole del fatto di averle pronunciate solo per rimettere in sesto Molly, che cedeva di minuto in minuto ed era dalla sera precedente che si teneva occupata in mille attività, pur di non pensare a ciò che era successo, a ciò che poteva succedere.
“Sto preparando la torta alle mele… piace tanto ai miei figli, a te piace? Ne mangerai una fetta?” chiese scostandosi, asciugandosi con il dorso delle mani gli occhi adesso veramente umidi, strabordanti di lacrime.
“Certo. Mi avverta quando è pronta signora.” di nuovo un tentativo di sorriso, di nuovo un fallimento.
“Hermione…” la donna si stropicciò gli occhi “Posso chiederti di chiamarmi Molly?”
“Molly…” sussurrò la ragazza, forse un po’ imbarazzata, anche se sollevata, dopotutto. Ormai quella donna era diventata così importante, gli appellativi le risultavano complicati da gestire.
La signora Weasley annuì felice, sinceramente questa volta, e riprese le sue faccende, invogliando Hermione a tornare a percorrere la sua strada.
La ragazza rivolse un mezzo saluto a Kingsley e proseguì, evitando un paio di donne auror che entravano in cucina e un ragazzo sulla ventina che non aveva mai visto.
Guadagnò la porta in pochi passi e finalmente uscì.
Fuori.
L'aria fresca di quel mattino estivo pizzicava le narici.
Un brivido le percorse le braccia e le gambe scoperte. Aveva ancora addosso la divisa. Che puzzava di fumo e polvere.
La gonna sporca, il maglione lacerato sulla spalla. Niente cravatta, quella era persa chissà dove.
La bacchetta abbandonata in camera, non che dovesse servire veramente adesso, giusto?
Si portò un ciuffo di capelli dietro le orecchie e respirò di nuovo.
E finalmente tutte quelle emozioni che erano rimaste assopite, durante la sera precedente, così colma di eventi da soffocarle, e durante la notte, troppo intrisa di incubi per aiutarla a comprenderle, arrivarono. Come l'esplosione di un vulcano.
Nel petto le sembrò di sentire come un grosso palloncino che si gonfiava e si gonfiava e la mente udiva le voci e i rumori di ciò che era successo.
Il castello.
L'inseguimento.
Il marchio nero.
Voldemort.
Il duello.
L'impotenza.
Le grida.
Il silenzio.
L'arrivo degli auror.
La fine.
Non era riuscita a fare niente se non assistere inutilmente al capitolo finale della storia. La storia della quale Harry solo era il protagonista. Non c'era nessun loro in quel contesto, c'era solo lui.
Lui e Voldemort.
E così come era stata la volontà di Harry, nessuno era intervenuto.
Così come era stata la volontà di Voldemort, nessun mangiamorte era intervenuto.
Tutto cristallizzato.
Freddato nell'apogeo del duello. Spettatori silenziosi.
Ansia e tormento che si sono consumati in un attimo infinito.
Luce verde, da entrambi le parti.
Nessuno è riuscito a fotografare quel preciso istante, troppo veloce per essere realizzato, come la luce fulminea del lampo.
Voldemort è stato colpito in pieno petto. Harry non è stato sfiorato dalla maledizione.
Voldemort si è accasciato al suolo, le labbra spalancate, gli occhi rossi, spenti.
La sorpresa negli occhi di Harry, il suo sguardo che si è posato vacuo su di loro, su tutti loro, amici e nemici, come a voler abbracciare il suo pubblico, a voler cogliere l’approvazione della folla a fine spettacolo.
Ma la bacchetta gli è caduta dalle mani. E nello stesso istante in cui il corpo di Voldemort ha toccato il pavimento polveroso in un tonfo sordo, Harry è caduto in ginocchio. Abbandonato completamente su sé stesso.
Un suo solo sospiro. Nel silenzio.
Agghiacciante.
L'arrivo degli auror è stato immediato, i mangiamorte, increduli e confusi dalla dipartita del loro Signore nemmeno sembravano rendersi conto di quello che stava accadendo. Gli amici di Harry, immobilizzati da quella conclusione, fissi su quella sua figurina immobile.
Ron è stato il primo a scattare, a riprendersi dallo shock, ad avvicinarlo, a scuoterlo, a non vederlo reagire in alcun modo. Ad assistere, al contrario, impotente al suo crollo, sdraiato al suolo, le ginocchia piegate dietro di sé, come una bambola di pezza. Gli occhi ancora aperti, ma ora vuoti, assolutamente vuoti.
Hermione si era avvicinata tremante, senza dire niente, assolutamente presa alla sprovvista dalla strana piega che stava prendendo l’evento.
Un paio di auror avevano preso il posto di Ron, celermente.
Il ragazzo si era rialzato, spiazzato. Aveva rintracciato lo sguardo di Hermione a cercare una spiegazione a quella cosa, ma Hermione, una volta tanto, non aveva spiegazioni, di nessun tipo.
Stava osservando semplicemente un amico. Un amico che stava morendo… e non sapeva cosa fare.
“Fatelo respirare…” le parole tremule di Ron in quel trambusto, assordanti più di un boato.
Gli auror su quel corpo, cresciuto in tutti quegli anni che, da quello di un bambino, si era trasformato in quello di un giovane uomo, ma che così, a terra, sembrava proprio minuscolo e pallido, insignificante.
“Fatelo… respirare…” di nuovo quelle parole, che cominciarono a distruggere il cuore di Hermione, un pezzo per volta.
E di nuovo gli auror che lavoravano su Harry, come non fosse una persona.
“FATELO RESPIRARE!” un grido questa volta.
Hermione aveva allungato una mano e aveva afferrato Ron, trattenendolo da qualunque cosa avesse avuto intenzione di fare.
Lo aveva abbracciato convulsamente, affondando le dita nella sua camicia, ammonendolo di fare silenzio. Aveva alzato la testa solo quando lo aveva sentito singhiozzare. E per la prima volta in vita sua aveva visto Ron piangere. E fu allora che tutte le lacrime che aveva trattenuto scomparvero, improvvisamente. Inghiottite dalla disperazione che leggeva sul viso del suo migliore amico. Inghiottite dall'amarezza che provava adocchiando gli auror alle sue spalle.
Harry stava morendo. Punto.
Hermione non doveva piangere.
Ma ora, dopo aver passato ore alla Tana, circondata da gente, in attesa di notizie riguardo ad Harry, ad aver passato ore in quella stanza dormendo solo di tanto in tanto, respirando aria viziata e soffocante, ora… aveva solo voglia di sfogarsi, in qualsiasi modo, senza ritegno.
Di lasciare che quel palloncino che le gravava in petto esplodesse finalmente.
Era tutto finito. Il mondo magico stava festeggiando ovunque, in qualsiasi luogo, in ogni vicolo, casa, baracca… solo la Tana era silenziosa, lutto preannunciato di una persona che già si descriveva come un eroe, il mito della nuova generazione. Come facesse già parte della storia, del passato. Già considerato un martire. Morto.
“Morto…” sussurrò ad alta voce, nel silenzio. Trasalendo alle sue stesse parole. Quando solo la sera prima si rifiutava di crederlo, di considerarla una possibilità.
Il palloncino esplose. L’aria compressa le risalì nel petto, asfissiandole la gola, ma tutto ciò che ne uscì, fu un verso strozzato, umile, discreto, terrificante.
Si guardò attorno stranita, senza sapere cosa fare o dove andare, i pensieri troppo accumulati nella mente per essere compresi. Correre, gridare, camminare o mettersi semplicemente a sedere, impossibile.
Restò quindi ferma, in quel glorioso e soleggiato mattino, privo di nubi ad elemosinare un pianto che non arrivava.
Ma arrivò un abbraccio, caldo, spazioso. All’improvviso, quando ormai si stava lasciando vincere dalla brezza estiva, sperando la congelasse da dentro, pietrificandole le emozioni.
“Freddo oggi…” la voce di Ron vicina al suo orecchio, le sue braccia attorno a lei ad avvolgerla come un mantello.
Hermione non rispose, appoggiandosi semplicemente al suo petto largo, rilasciando un sospiro.
“Luna vuole dell’acqua…” ancora la sua voce. Parlare di argomenti futili per ricacciare il dolore.
“Perché non scende a prendersela?” risposta acida, tono pacato.
“Dice che non le reggono le gambe.”
“Per forza… è rimasta tutta la notte ferma in quella posizione”
“L’ho messa a letto”
“Bene…”
“Si è messa a piangere…”
Hermione trattenne una risata ricca di sarcasmo. Non era giusto che ci fosse riuscita persino Luna. Quando lei era costipata in quella assurda maniera. Da provarci dolore fisico.
Ma poi, cosa era veramente ingiusto in un momento come quello?
“Io non ci riesco, Ron…”
Era ingiusto che, nonostante tutto, quando ovunque si innalzavano silenziosi o fragorosi inni di libertà, Harry non era lì per godersi il momento che aveva atteso dal giorno in cui aveva scoperto di essere un mago.
Era ingiusto provare tutta quella sconfitta in un momento di vittoria. Nessuna soddisfazione.
“Forse…” la voce di Ron ancora, che non l’aveva lasciata un solo secondo, ancora avvinghiato a lei “… le lacrime stanno solo aspettando qualcosa di meglio per venire fuori…”
“Di meglio…” non esisteva un meglio in quel momento. Sorrise al suo pessimistico pensiero. Sorrise tristemente, mentre il blocco in gola diventava enorme, ingestibile.
E mentre si sentiva di nuovo soffocare, come se stesse lei stessa per morire, si scostò da Ron, rigirandosi velocemente, per guardarlo in viso. Aveva ancora gli occhi rossi, cerchiati da profonde occhiaie. Non avevano dormito entrambi, erano rimasti fermi nella notte a respirare lentamente a bisbigliare cose che avevano perso significato. Il sonno era arrivato tardi, in gocce distillate.
“Sono tutte ferme qui, Ron…” esclamò strozzata, indicandosi la gola con un dito sottile “Perché non escono? Se non piango adesso quando lo dovrei fare?”
Ron sollevò su di lei uno sguardo impotente, tristissimo.
Poi, dal niente, nel silenzio statico, esplose un boato concitato, all’interno della casa.
Entrambi volsero la testa, sorpresi.
La porta della Tana si aprì all’improvviso. Ne sbucò il signor Weasley.
Elargì loro un sorriso enorme.
Entrambi capirono.
Ed Hermione finalmente sentì il nodo sciogliersi in pianto.
“Aspettavano solo un momento migliore…” mormorò Ron senza fiato, finalmente libero da quell’aura lugubre che lo aveva accompagnato per troppo in quell’ultimo periodo, il viso aperto e solare di sempre.
Hermione si mise entrambi le mani sul viso ed esplose in grandi singhiozzi, che accompagnavano una risata questa volta, labbra piegate all’insù incorniciate di umide lacrime.
Questo era giusto.
Fine
***
Ho scritto questa ff per staccare un po’ da tutto… e mi è venuta in mente così, in una strana sequenza di immagini. Volevo mettere su carta ciò che avevo visto, senza troppi fronzoli stilistici, come scatti di fotografie. Niente di pretenzioso, solo uno sfogo…
Alla prossima







