IL VOLO DELL'ALBATROS
Cominciare bene la mattina, per uno che di professione fa
il cacciatore di taglie, è una cosa essenziale, forse addirittura vitale.
Peccato che la maggior parte delle volte questo dettaglio debba necessariamente
essere accantonato. E quella mattina Zoro ha dovuto lasciarsi alle spalle una
sostanziosa colazione, già fumante e pronta per le degustazione, per seguire un
uomo: alto, robusto, sulla quarantina, una lunga cicatrice sul mento e una mano
monca. La descrizione corrisponde perfettamente a quella del manifestino appeso
ai muri della città. La puzza di marcio mista a tabacco e sudore non rientra
però nella descrizione, un dettaglio per nulla irrilevante… dovrebbe
rivolgersi all'ufficio reclamo manifestini, sempre che ne esista uno. Il
ricercato è una piccola preda in verità, un piratucolo sulla cui testa pende
una modesta taglia. Probabilmente il più grosso misfatto di cui si è macchiato
è quello di essere alle dipendenze di un boccone ben più succulento. Ma Zoro
ha bisogno di soldi, deve ancora pagare il fabbro ed è costretto a racimolare
la somma necessaria per saldare al più presto il suo debito. Il bieco
profittatore oltre ad avergli estorto una cifra da capogiro per limare la lama
della sua Wado e qualcosa (il nome lo ha scordato, ciò che conta è che sia di
buona fattura), ha deciso di tenere in ostaggio la spada, finché non avesse
visto denaro contante.
Perciò deve sbrigarsi, oltre a
sentirsi praticamente nudo senza la prima delle sue tre fedeli colleghe, ha
persino intenzione di salpare al più presto da quell'isola e solo per questo
motivo ha deciso di seguire al volo quel pirata da quattro soldi.
L'uomo cammina di fronte a lui,
forse nemmeno si è accorto di essere tallonato, e se anche si fosse chiesto,
per chissà quale recondito motivo, chi mai potesse essere quel ragazzino
dall'espressione truce alle sue spalle, di certo non gli avrebbe dato il peso
necessario. In fondo Zoro non è conosciuto per il suo bel faccino, né tanto
meno per il suo strano gusto nel vestire: tutti sanno che esiste, nessuno sa che
faccia abbia.
Le voci del popolo hanno
contribuito a fomentare la sua leggenda, ancora all'inizio ma già perfettamente
delineata. I bambini lo credono un mito, alto più di tre metri, un uomo dal
viso demoniaco e dalle fauci puntute come pugnali; ne emulano le gesta e forse,
in cuor loro, sperano da grandi di diventare come lui. I vecchi sclerotici nelle
osterie narrano le sue imprese ingigantendo oltre misura ciò che sentono o che
credono di sentire da chi lo ha incontrato veramente. Nei loro racconti ebbri
d'alcool e fumo lo descrivono come una bestia sanguinaria, l'uomo più crudele
che abbia mai viaggiato per il mare orientale, capace di strappare il cuore di
una vittima a mani nude e darlo poi in pasto ai pescecani senza rimorso
alcuno… ma se potessero vederlo adesso, mentre incede dinoccolato, con lo
sguardo fisso di fronte a sé, come se non gli importasse nulla di tutto ciò
che lo circonda, potrebbero mai credere loro stessi a tutte le panzane che vanno
raccontando? Certo non gli darebbero due berry.
Non è altro che un ragazzino,
diciassette, forse diciotto anni a voler esagerare, l'espressione un po’
spenta o corrucciata, a seconda della prospettiva, perso in riflessioni del
tutto personali, sul volto ancora nemmeno un'ombra di barba e la muscolatura
acerba, da adolescente in pieno sviluppo e una malcelata goffaggine che lo fanno
sembrare tutt'altro che sveglio. Uno spettatore attento avrebbe anche potuto
interrogarsi su cosa mai potesse farsene un ragazzo come quello di ben due spade
legate alla fusciacca, ma in un porto di mare domande tanto inutili vengono
dimenticate nello stesso istante in cui vengono formulate. La vita è troppo
frenetica per soffermarsi ad osservare un giovane straniero… almeno ne avesse
tre di spade.
Il pirata vira bruscamente,
scompare in un vialetto, una delle viuzze laterali che nascondono le taverne più
malfamate ed equivoche.
Zoro sbuffa scocciato, già sa
che anche questa volta dovrà irrompere in una di quelle locande e dare
spettacolo. A volte gli piacerebbe poter risolvere le cose in totale solitudine,
un semplice faccia a faccia, con un rivale degno di questo nome. Ma sa che per
ora questo è solo un sogno, il suo scontro lo avrà prima o poi, e il suo
avversario di certo non sarà uno qualunque.
A volte immagina il duello con
lo spadaccino più forte del mondo con una nitidezza sconcertante.
Mihawk.
Dicono che i suoi occhi portino
lo stesso taglio rapace del falco e le sue iridi gialle come fiele catturino lo
sguardo dell'avversario obbligandolo a veloce resa, ma forse anche queste sono
solo leggende. Però Zoro vuole credere a queste leggende e quando immagina
Mihawk, nelle sue fantasie è proprio così, inquietante, maestoso e terribile
come un falco. Anche le sue pennichelle pomeridiane sono inondate da visioni del
genere… ma non si tratta di ossessione, né di esagerato fanatismo, sogna e
basta, come sogna Kuina a volte, come sogna il suo maestro di spada e perché
no, come a volte sogna i pirati a cui da la caccia.
Ora però non è tempo di
perdersi in divagazioni, Zoro deve ingoiare onore e gloria per guadagnarsi il
pane quotidiano con un uomo che di terribile ha solo l'odore.
Svolta anch'egli l'angolo ma
sembra che l'inseguimento dovrà protrarsi ulteriormente. Il pirata sembra aver
trovato inaspettata compagnia. Una prosperosa donnona sulla trentina gli si fa
vicino ammiccante, mostrando, generosamente strizzato in un bustino che poco
lascia all'immaginazione, un paio di tornite tette da balia.
Devono essersi dati un
appuntamento clandestino, è insolito trovare una prostituta fuori dal suo
bordello in pieno giorno… sempre che di prostituta si tratti.
Il pirata è già evidentemente
eccitato e Zoro purtroppo per lui sa cosa lo attenderà da lì a poco. Vorrebbe
entrare in scena in quel momento. Basterebbe minacciare debolmente la donna per
vederla fuggire come un'indemoniata al riparo dal suo protettore e in men che
non si dica avrebbe concluso quella faccenda, ma una sorta di pudore
fanciullesco lo obbliga a fare esattamente il contrario. Non gli resta che
attendere, appoggiato al muro, sperando che le performance del pirata si
limitino a qualche manciata di minuti… in fondo quanto mai potrà durare un
moncherino sulla quarantina?
Ben presto si da il via alle
danze.
Cosa non darebbe Zoro per avere
un paio di tappi per le orecchie pur di non dover sentire certe oscenità. Pensa
alla colazione che ha abbandonato alla taverna, pensa al cielo e segue il volo
di un gabbiano fino a che non sparisce al di sopra del tetto di una casa, ma il
pirata sembra un fiume in piena: urla, ansima, si dimena e la donna alla sua
mercé, certo non è da meno. Impossibile dunque riuscire ad ignorarli.
Porci! Consumare all'aria aperta
certi ardori è da maniaci.
La cosa sembra durare
decisamente troppo.
Zoro afferra la bandana nera che
ha legata al bicipite. A questo punto meglio prepararsi per lo scontro,
piuttosto che perdere tempo cercando inutilmente di distrarsi.
Sa che quella bandana gli
permetterà di non commettere lo stesso errore che gli è stato fatale solo
qualche mese prima, durante uno dei suoi primi duelli.
Aveva sudato troppo in
quell'occasione (si anche gli eroi possono sudare, è dannatamente umano), per
una volta tanto il suo avversario sembrava conoscere il fatto suo, un pirata con
un discreta taglia sulla testa, beccato per caso, mentre si spolpava una coscia
di pollo, nei pressi di una bancarella del mercato. Un tipo decisamente tosto
che per arma usava una formidabile scimitarra orientaleggiante. Zoro si era
anche detto abbastanza sicuro di sé. Nonostante la reputazione dell'uomo sapeva
che era alla sua portata, se non che… in un attimo, apparsa dal nulla durante
il violento scontro tra le bancarelle in mezzo a frutta e verdura volante, una
bastardissima goccia di sudore, non gli era scivolata proprio negli occhi,
accecandolo. Era bastato un millesimo di secondo e si era trovato a terra,
sanguinante, con uno squarcio sulla spalla destra e il malvivente già lontano,
disperso tra la folla urlante.
Aveva capito che non avrebbe mai
più permesso che una stupidaggine simile ostacolasse il suo lavoro. Con i pochi
spiccioli rimastogli si era comprato una bandana…
Con la mente torna al presente,
cercando di scacciare il ricordo che ancora lo fa andare in bestia se ci pensa,
in tempo per sentire un ultimo urlo, forse liberatorio, un orgasmo in piena
regola, degno delle peggiori performance animalesche e poi una risata roca e
virile. Il pirata sembra decisamente soddisfatto.
Il fruscio dei soldi… Zoro si
ritrova a pensare a quanto mai potrà guadagnare una prostituta per una
performance di una decina di minuti scarsa, fuori dal suo bordello. Di sicuro
deve essere un lavoro remunerativo, altrimenti non si spiegherebbero i gioielli
che indossano la domenica, ridicole nei loro vestiti scollacciati e truccate
come clown del circo.
La prostituta ride, una risata
cristallina, nonostante tutto bella e semplice, invita il pirata a tornare a
trovarla, assicurandogli che lo attenderà sempre con ansia, che uomini del
genere è raro trovarne in giro… cosa non si fa per denaro. La vita a volte è
davvero squallida.
Lo spettacolo sembra finito,
Zoro sbircia nel vialetto e scorge la donna sparire in un vicolo buio, mentre il
pirata, ebbro di sesso, prosegue verso la sua strada fischiettando un motivetto
insulso e stonato.
E' solo finalmente. Zoro sa che
non può farsi sfuggire una simile occasione. E' arrivato il momento di entrare
in azione: estrae una delle sue spade, sa che per quell'uomo non vale la pena
utilizzare una delle tecniche che lo hanno reso famoso e poi anche volendo la
sua spada bianca e ancora nelle sporche mani del fabbro.
Zoro riprende a seguirlo, in
pochi secondi gli è già a fianco e in un paio di ampie falcate lo supera,
parandoglisi di fronte, mostrandogli i denti in un ghigno soddisfatto.
Il pirata lo guarda stranito,
poi reagisce… sputando volgarità in ogni dove.
"Che cazzo vuoi? Cerchi
rogne?"
A Zoro non serve rispondere,
basta che mostri la sua spada per consentire al pirata di capire quali siano le
sue intenzioni.
Il moncherino indietreggia, già
sa di non avere scampo, se anche urlasse nessuno lo verrebbe ad aiutare, nemmeno
la donna che prima gli aveva regalato un illusione d'amore. L'unica cosa che gli
rimane da fare è fuggire o reagire, ma in entrambi i casi il ragazzo di fronte
a lui è in vantaggio. È muscoloso, è giovane, ha dalla sua forza e agilità.
Lui da stupido pirata non ha altro che un pugnale assicurato al polpaccio, sotto
i pantaloni, una mezza pinta di birra in corpo e una paura fottuta.
Ma forse qualcosa gli rimane, se
riesce a racimolare abbastanza lucidità magari la sua esperienza gli può
assicurare la vittoria… in fondo quello che ha di fronte è solo un ragazzino
inesperto. Quanto mai potrà conoscere della vita?
"Cosa vuoi? Se cerchi soldi
non ne ho… non ne ho più, li ho appena spesi con una puttana!"
tergiversa, tradendo nonostante tutto una certa agitazione.
Ma Zoro non risponde, avanza con
quel suo ghigno insolente dipinto sul viso glabro e gli punta la spada alla
gola, assaporando il gusto della vittoria.
Il pirata realizza in
quell'istante che quel ragazzino non è un ladruncolo, né tantomeno uno
spavaldo, quel ragazzino vuole la sua testa, da servire su un piatto d'argento a
quei criminali della marina militare.
Uno sporco cacciatore di taglie!
Ed è allora che accade
l'imprevisto, il pirata si abbassa, e tenta, in un disperato tentativo, di
recuperare il pugnale, Zoro è già pronto a fargli lo scalpo quando però
il suo avversario inciampa e cade a terra, in un tonfo sordo. Zoro pensa:
O è totalmente imbranato o semplicemente ubriaco marcio. Si chiede come possa
un individuo simile avere una taglia sulla testa. Non varrebbe nemmeno la pena
di usare la spada. Ma mentre elabora questi pensieri non si accorge che quella
leggerezza gli sarà fatale… seconda regola: mai sottovalutare l'avversario,
per stupido e goffo possa sembrare.
Il pirata riesce ad estrarre il
suo tanto bramato pugnale e tenta di spingerlo verso lo sterno, ma Zoro è più
veloce di lui e a costo di rimetterci un'altra parte del suo corpo para il colpo
portando avanti un braccio. Il pirata riesce a conficcargli la lama nelle carni
dell'avambraccio, procurandogli uno sbrego piuttosto profondo.
"Stronzo!" sibila Zoro
assestandogli un cazzotto sul naso.
La ricompensa più grande è
sentire le ossa del setto nasale incrinarsi con uno scrocchio sotto le sue dita,
una sensazione appagante.
Finalmente il ricercato è tutto
suo, lo blocca con un piede, mentre questo si lamenta tenendosi il naso
sanguinante, semi svenuto. Con un calcio gli allontana il pugnale e con la
bandana si fascia alla bell'è meglio la ferita. Ci sarà tempo più tardi per
dargli un'occhiata.
Con forza lo risolleva da terra,
una zaffata di sudore gli percorre le narici, facendogli storcere il naso. Per
ripicca a quell'inatteso dono odorifero Zoro tira uno schiaffo all'uomo,
costringendolo a riprendersi.
Il pirata si dimena e gli sputa
addosso nel vano tentativo di liberarsi del suo aggressore, ma ormai il suo
destino è segnato, Zoro lo trascina fuori dal vialetto, per le affollate vie
del porto, diretto verso la sede della marina.
"Lasciami! Lasciami andare
bastardo!" urla il pirata, trascinando i piedi, dimenandosi come un'anima
in pena, mentre viene additato dai bambini che bazzicano il porto.
"Vecchio monco! Vecchio
monco!" canticchiano allegri, seguendo Zoro come un nugolo di uccelli
migratori.
Zoro però non da peso a
complimenti e beffeggiamenti, non gli interessano, vuole liberarsi al più
presto di quella massa puzzolente di vestiti, incassare la taglia e tornare alla
sua colazione. Ora che ci pensa il suo stomaco comincia a protestare
insoddisfatto e assecondare le sue voglie avrà la priorità una volta conclusa
quelle formalità.
I cancelli della marina.
A guardarla dall'esterno è una
costruzione cupa e triste. A nulla valgono le bandiere bianche e azzurre che
sventolano allegre al vento, una prigione, rimane una prigione. Se metti un
papillon ad un porco non potrà mai sembrare un re, rimane un porco e basta.
Zoro sa che non lavorerebbe per
il governo per nessuna ragione al mondo. Votare la propria vita ad una autorità
ad eseguire ordini che provengono dall'alto è disumano, una prigionia simile a
quella che attende il suo caro vecchio pirata puzzolente, ma atrocemente
volontaria.
Zoro fa cenno ad un giovane
muscoloso ma altrettanto palliduccio, vestito di bianco, alla guardia al
cancello e gli mostra il suo trofeo che ormai è rassegnato al suo destino,
additando il manifesto che lo raffigura e che fa bella mostra di sé, insieme a
quello di altri pirati, sul recinto del palazzo.
Il marine lo squadra incerto e
poi gli fa cenno di seguirlo.
Avanzano in silenzio verso la
costruzione principale e raggiungono un piccolo ufficio.
Bianco, asettico, peggio di
ambulatorio, e dire che Zoro non ha mai visto un ambulatorio degno di questo
nome.
Un omone lo attende dietro una
scrivania di legno scuro e tarlato. Il governo non sembra stanziare grosse somme
di denaro per questo posto, forse perchè la città è piccola, o forse perché…
ma bando alle ciance, Zoro è li per incassare taglie non certo per fare
constatazioni sulla manutenzione del luogo.
"Ebbene?" domanda
l'omone dietro la scrivania al suo sottoposto, squadrando Zoro nello stesso
identico modo in cui aveva fatto prima l'altro marine. Deve essere una
prerogativa della categoria.
"Questo qui sembra aver
catturato… Mass il monco!" lo informa il giovane marine, controllando un
ultima volta che il volto del manifesto corrisponda esattamente al viso dei quel
pirata.
"Ah, ah!" annuisce
l'omone alzandosi, dopo aver fatto anch'egli i dovuti accertamenti "Porta
il nostro caro Mass dove sai… a questo ci penso io!" dice poi accennando
a Zoro.
Il giovane marine si allontana
con un recalcitrante pirata al suo seguito.
"L'hai catturato tu?"
domanda finalmente l'omone dopo aver scansionato praticamente ogni centimetro di
pelle del giovane Zoro… se quello non fosse stato uno della marina avrebbe
pagato quella protervia.
Zoro annuisce semplicemente a
quella domanda. Non ha voglia di parlare, si chiede come mai ogni volta quei
rompipalle debbano subissarlo di inutili domande.
Sganciate la grana e fatela
finita!
"Non sarai un cacciatore di taglie vero?"
Intuizione assolutamente geniale
capo, sette più!
Zoro nemmeno risponde, non fa
nemmeno un accenno col capo, se quell'uomo ha la sfacciataggine di fargli
domande tanto ovvie non merita certo risposte altrettanto ovvie.
"Ma non sei troppo
giovane?" domanda di nuovo.
E tu non sei troppo grasso? I marine dovrebbero essere
agili e scattanti non ammassi di adipe tremebondo e strabordante.
"Non sei di molte parole a
quanto ho capito. Posso almeno sapere come ti chiami? Se il governo deve pagare
un uomo per le sue prestazioni ha bisogno di sapere almeno il suo nome."
Balle! E' solo che tu sei solo un curioso pedofilo e
ciccione. E il tuo sguardo da maniaco mi da il voltastomaco.
"Dunque?" insiste,
avvicinandosi ulteriormente.
Se va avanti in quella maniera
Zoro potrebbe non rispondere più di sé stesso, forse è meglio assecondarlo…
in fondo è curioso di vedere l'espressione di quel puzzone una volta svelatogli
il suo nome.
"Rolonoa Zoro"
dichiara, con voce ferma e atona.
Ed ora che mi dici… è
ciccione?
L'omone spalanca gli occhi,
decisamente sorpreso da quella rivelazione, ma sembra riprendersi piuttosto in
fretta, con grande rammarico di Zoro.
"Si certo… " esala
il marine rimettendosi a sedere, trattenendo una risata "… ci stavo quasi
per credere sai?"
Accenna alle spade e Zoro si
ricorda con rammarico che sono semplicemente due… dannato fabbro profittatore.
L'omone però sembra finalmente
deciso a concludere l'affare, lo allontana dal suo ufficio e lo intima di
attendere al cancello. Manderà un suo sottoposto con i soldi della taglia.
Zoro esce da quell'ufficio,
finalmente all'aria aperta, quel luogo stava diventando soffocante. Poche
finestre… o forse sarà stato il marine a consumare tutto l'ossigeno? Ma
certo, con la massa corporea che si ritrova.
Dopo una mezz'ora di inutile
attesa, sotto il sole di mezzogiorno, il pallido marine di prima, quello con cui
Zoro ha fatto il primo "indimenticabile" incontro, avanza verso di lui
con un pacchetto tra le mani.
"Ecco i soldi… e ora
vattene!" dice spingendolo fuori dal cancello, richiudendoglielo alle
spalle.
Un comportamento alquanto
sbrigativo che nasconde certo qualcosa che Zoro ha intuito nel momento stesso in
cui ha visto avanzare quell'essere cadaverico.
Apre la busta coi soldi e…
sorpresa! Altro che uovo di Pasqua!
1000 berry in meno della cifra
stabilita.
Porci! Sarebbe certo una
soddisfazione immensa quella di irrompere nella sede della marina, fare strage
di carni e poi con la testa del ciccione dell'ufficio asettico tra le mani, in
cima al palazzo, urlare ai quattro venti che in quella città i marine sono solo
degli esseri abbietti e corrotti! Ma aizzare una rivolta popolare non rientra
certo nei suoi piani e poi la cifra per pagare il fabbro sembra ampiamente
coperta… meglio lasciarsi alle spalle quella squallida esperienza e ritornare
alle sue priorità. Ha già perso sin troppo tempo per quella mattina.
Ritorna sui suoi passi,
ripercorre la strada del porto, ora più vuoto e non sa se dirigersi prima a
recuperare la sua cara "Wado" oppure riempire di cibo il suo stomaco
ruggente.
Lo stomaco sembra avere la
meglio.
Peccato che anche il braccio
reclami una certa attenzione.
Zoro si osserva la ferita e si
accorge della chiazza scura che si è andata espandendo in quel lasso di tempo
sulla bandana che copre l'avambraccio martoriato. Meglio sbrigare prima questo
affare. Meglio far cessare l'emorragia, piuttosto che ritrovarsi con lo stomaco
pieno, una katana in più appesa alla cintura ma qualche litro di sangue in
meno. Un volto slavato e smunto non gli donerebbe di certo.
Sa già quello che deve fare, più
di una volta si è trovato a rammendarsi da solo ferite ben più profonde di
quella. Certo il suo non si può dire un lavoro professionale o accurato, ma
dopotutto è il risultato è quello che conta, anche se sa che se in passato si
fosse lasciato mettere le mani addosso da qualche dottore molto probabilmente il
suo corpo adolescente non sarebbe certo solcato da quella moltitudine di
visibili cicatrici.
Non che la cosa in fondo gli
importi granché comunque.
Trovare la taverna dove ha
abbandonato le sue cose è ciò che gli preme di più in quel momento.
Già, trovare… le strade
sembrano tutte uguali, non fosse stato per il fatto che il palazzo della marina
troneggiasse al di sopra di tutte le casupole dell'isola non sarebbe stato in
grado di rintracciare nemmeno quello.
Eppure non dovrebbe essere così
difficile… insomma Zoro rammenta, c'erano dei negozi, un macellaio e un
banchetto con della frutta giusto? La casupola con tutti quei bambini e i fiori
gialli alla finestra la ricordi? Sempre dritto poi svoltare a destra… no, a
sinistra… no forse… bisognava andare sempre dritti.
Dannazione a questo scarso senso dell'orientamento, se Zoro
non si fosse sempre e costantemente perso nemmeno si sarebbe trovato lì in quel
momento.
Le sue prospettive future di
certo non erano quelle di divenire un cacciatore di taglie, ma per sopravvivere
in un mondo che ha troppe strade e mari troppo vasti, per un ragazzo che ha come
capacità l'uso esclusivo delle spade…
Forse sarebbe meglio chiedere a
qualcuno, abbassarsi ad una cosa simile non può certo definirsi umiliante.
Un bambino gli passa accanto
correndo, forse non è il soggetto giusto a cui chiedere. Una donna con una
borsa stracarica di spesa. Si forse quella conosce bene la città, però sembra
piuttosto infastidita dalle persone che le passano accanto, meglio passare
oltre, le sfuriate di una massaia non sono belle a sentirsi all'ora di pranzo.
Ecco… un pescatore, sta
rammendando una rete da pesca, certo questo non potrà negargli un'informazione
e se ha fortuna potrebbe trovare anche ago e filo per ricucire la ferita con
tanto di bel fiocco regalo. Zoro si avvia verso l'uomo, strizzandosi meglio la
bandana. Dio come brucia, un taglio piccolo ma formidabile.
Mentre avanza è intento nel
cercare di ricordare il dannatissimo nome di quella locanda, quando
improvvisamente ecco dei passi in corsa alle sue spalle e un colpo terribile
alla schiena. Zoro barcolla, ma non cade, qualcuno gli deve essere capitombolato
addosso con una grazia da elefante, sicuramente uno dei bambini di prima.
Corrono a testa bassa come forsennati e non si curano delle persone che
camminano ignare per le vie del porto.
Zoro si volta ma dietro di lui,
seduta a terra mugolante di dolore non c'è nessun bambino, ma una ragazzina,
non propriamente una bambina certo, poco più giovane di lui forse, minuta e
dalla testa rossa come la buccia di un'arancia.
Tenta di rialzarsi in piedi dopo
lo scontro.
Zoro mosso a compassione le
allunga una mano.
"Ti sei fatta male?"
chiede con un tono non particolarmente premuroso, le smancerie gratuite proprio
non sono il suo forte.
La ragazzina gli punta un paio
di grandi occhi addosso ma non accetta l'aiuto, si rialza in piedi da sola e si
rispolvera i corti pantalocini.
"No… " dice
solamente, già pronta ad allontanarsi… anzi, sin troppo ansiosa di
allontanarsi.
In un attimo è sparita, così
come è venuta.
Chissa che aveva da correre così
di fretta?
Ma Zoro non può certo
interessarsi ai fatti di una sconosciuta, ha delle cose ben più importanti da
fare.
Meglio tornare con l'attenzione
al pescatore che… che ovviamente se n'è andato! Come abbia fatto a
smaterializzarsi in un lasso tanto breve di tempo Zoro proprio non riesce a
spiegarselo.
Decisamente quella non è la sua
giornata fortunata.
Comincia così a vagare a
casaccio per le vie del porto, scansa distrattamente la gente, ringhia ai
ragazzini che si mettono sulla sua strada, dribbla pirati, marinai, donne e
pescatori, entra ed esce dalla viuzze interne ricercando febbrile in ogni dove.
Ma della locanda nemmeno l'ombra. Eppure era certo non fosse poi così lontana.
Ma i secondi passano e si tramutano in minuti e i minuti piano piano scorrono ed
è già passata una buona mezz'ora.
Zoro è stanco, la ferita al
braccio gli brucia come se lo stessero torturando con lame incandescenti e il
suo stomaco reclama disperato un pasto degno di questo nome.
I pallini neri fluttuanti che
appaiono e scompaiono dalla sua visuale fanno parte del paesaggio o sono
moscerini fantasmi?
Continua la sua ricerca, chiede
ai passanti se per caso conoscono una locanda il cui nome cominci per S o forse
per C, ma tutto ciò che enumerano non ha un suono nemmeno minimamente
paragonabile a quello che aveva quella locanda. Che sia andato a scovare proprio
quella meno conosciuta della città? In effetti Zoro ricorda di averla scelta
proprio perché era piccola e decisamente economica. Forse dovrebbe aggiungere
questo particolare nella descrizione che farà al prossimo passante.
Solo dopo l'ennesimo tentativo
con un vecchio sordo al quale ha dovuto ripetere la domanda almeno una trentina
di volte prima di mandarlo al diavolo, si concede una pausa vicino ad una
fontanella di acqua freschissima, nei pressi di una di quelle vasche di cui si
servono le massaie per lavare gli indumenti.
Si bagna il collo e il viso, un
balsamo benefico per la sue pelle accalorata. Beve un paio di freschi sorsi
d'acqua per domare l'arsura e poi decide di dare un'occhiata alla ferita, si
slaccia la bandana ed è uno sfacelo di sangue rappreso e non. Si sciacqua il
braccio e nota che la ferita è più profonda di quanto non pensasse, quel
bastardo di un pirata ha fatto un lavoro da macellaio. Se non gli ha lacerato
irrimediabilmente il muscolo poco ci è mancato e se pensa che avrebbe potuto
evitare tutto questo se solo non si fosse lasciato distrarre da inutili
pensieri, gli sale la bile. Quante stupide ferite si è procurato sino ad ora a
causa di banali disattenzioni? Deve ancora riuscire domare il suo spirito, non
potrà mai dirsi capace di affrontare un uomo come Mihawk se ancora lascia che
il suo corpo venga violato da lame rivali.
Appeso alla fontanella trova uno
straccio bianco, forse dimenticato da qualche massaia. Zoro sa che non dovrebbe
impossessarsene, rubare non rientra certo nel suo stile, ma ha bisogno di un
panno pulito per la sue ferita e la sua bandana ormai è diventata un cencio
immondo.
Si fascia nuovamente la ferita
con lo straccetto bianco, questa volta facendo pressione sui muscoli, sperando
di tenere chiuso lo sfregio fino a che non sarà in grado di ricucirlo come si
deve e poi sciacqua la bandana.
Una scia rosso sangue si espande
nella vasca del bucato fino allo scarico.
Poi finalmente è pronto per
ripartire… però… prima si china di nuovo sotto la fontanella e ci caccia
sotto tutta la testa. Una frescura piacevolissima.
Quando si rialza, gocciolante
sotto il sole delle due, sa che la fortuna è tornata ad arridergli… proprio
di fronte a lui spicca l'insegna che ha cercato per tutto il pomeriggio: Billy
Bones! Ecco il nome che tanto tentava di ricordare. Lo aveva proprio cancellato
dalla memoria, avrebbe potuto passare una giornata intera a pensarci senza
cavare un ragno dal buco.
Entra nella locanda e ritrova il sacchetto che raccoglie le
sue poche cose esattamente nel posto in cui lo aveva abbandonato quella mattina.
La ragazza dietro al bancone è sempre la stessa: bella,
formosa, dalle guance rubiconde. Gli sorride timidamente come la sera prima,
quando gli ha chiesto, con un tremito nella voce, quanto tempo avesse intenzione
di fermarsi. Chissà a quanti uomini ha fatto gli occhi dolci nel vano tentativo
di trovare l'eroe romantico che la strappasse a quella vita troppo squallida. Il
futuro però non è rose e fiori… e gli uomini di mare non sono certo eroi
romantici, lo scoprirà a sue spese, magari in un futuro non troppo lontano.
Zoro raccoglie infine i suoi averi, ordina una bottiglia di
Rhum e poi di nuovo in strada.
Se ha fortuna potrà levare le tende da quell'isola entro
sera, ne ha abbastanza di quella città.
Decide di dirigersi nuovamente verso il porto, l'unico
luogo in grado di farlo sentire un po’ a casa. I porti sono tutti uguali,
cambiano forse nei colori e nelle forme, ma atmosfera, rumori e sapori rimangono
sempre gli stessi.
Nel tragitto si ferma ad una bancarella che sforna
succulente braciole di maiale, visione idilliaca e un pasto sin troppo regale
per la sua formidabile fame. Paga l'uomo con una delle banconote della taglia,
inaugurando l'incasso della giornata e poi di nuovo per la sua strada.
Questa volta, al contrario della locanda, non gli è
difficile rintracciare il porto, basta seguire il profumo salmastro dell'aria e
gli addensamenti di gabbiani che volano in circolo sui banchi di pesci.
E' un'ora pacifica quella, non ci sono molte persone ad
assiepare le strade. L'intera città è calata nell'atmosfera sonnacchiosa
tipica del pomeriggio, sotto il sole della primavera infinita di quell'isola.
Qualche cane abbaia in lontananza, un paio di gatti si
accaniscono su una misera lisca di pesce abbandonata per la piazza. Attraccate
al molo non ci sono che poche imbarcazioni, tutti i pescherecci sono ancora al
largo.
Zoro si siede ai bordi di una banchina, con le gambe
penzoloni verso il mare.
Visto così, solitario, rilassato e stanco, sembra meno
adulto, addirittura un ragazzino, non vittima certo di un agguato pirata, ma
reduce da una mattina di giochi con i suoi amici. Peccato che Zoro di amici non
ne abbia, o almeno non gli siano vicini come vorrebbe. Tutti quelli che aveva li
ha abbandonati nel giorno stesso in cui ha preso il mare e ha salutato tutto e
tutti, persino la sua infanzia, per intraprendere la dura vita che lo avrebbe
forgiato e condotto giorno dopo giorno verso la realizzazione del suo ambizioso
sogno.
Ma non ha rimpianti, né si sente veramente solo o almeno
così crede. In fondo vive un'esistenza troppo frenetica e complicata per avere
tempo materiale per abbandonarsi a suggestive malinconie.
Però ci sono dei momenti che lo obbligano alla
riflessione… momenti come quelli per esempio. Solo, seduto sul molo ad
osservare la linea dell'azzurro orizzonte combaciare perfettamente con quella
del cielo. Una simbiosi perfetta e inspiegabile.
In quei momenti un nugolo di pensieri gli affollano la
mente, ma non si possono dire tristi né malinconici solo… pensieri, magari
contorti e inutili ma semplicemente pensieri, che lo coinvolgono permettendogli
a volte dimenticare lo spazio e il luogo in cui si trova, facendolo magari
sembrare ad occhi di terzi un essere estraniato completamente dal mondo.
Osserva per caso, in quel momento, il volo di uccello, un
albatros, che si è materializzato dal nulla, volando massiccio, solitario e
sgraziato nel cielo pomeridiano.
Un tacchino volante… si trova a pensare Zoro
senza reprimere un sorriso e un inevitabile paragone.
Sempre in viaggio da un posto all'altro, una creatura alata
che non ha paura di ciò che lo attende, sempre in volo per tentare nuove terre
e incerti approdi. Prigioniero del suo destino di cacciatore ed avventuriero.
Non bello, non rapace come falchi o aquile, goffo, sgraziato e buffo sotto certi
aspetti, ma potente e maestoso nonostante tutto, con tutti i suoi difetti.
L'albatros scompare dietro uno scoglio e Zoro dimentica le
sue riflessioni, riportato alla realtà dal ruggito del suo stomaco.
Addenta voracemente il panino con la carne e lo annaffia
con lunghe sorsate di potente rhum. Un giorno o l'altro quella roba gli spaccherà
lo stomaco. Bere alla sua età non è consigliabile da nessuno, ma non ci sono
madri o padri o chi per loro a dargli consigli su ciò che sarebbe giusto e cosa
sbagliato fare e poi non vi è nessun rimedio migliore per affrontare ciò che
lo attende. Ottenebrare la ragione per soffrire di meno è un metodo dal
successo assicurato… peccato che per ottenebrare la sua di ragione gli ci
vorrebbero almeno un paio di barili di quella roba. Purtroppo per lui non gli è
per niente facile ubriacarsi e quindi nemmeno beve per il brivido
dell'inibizione, ma semplicemente perché il sapore agrodolce della bevanda gli
è piacevole tanto quanto una zuccherosa caramella per un bambino.
Fruga nella sua modesta sacca e ne estrae un lungo ago
ricurvo e un robusto filo nero. Dovrebbe essere lungo abbastanza per ricucire la
sua ferita.
Con un cerino infiamma il piccolo uncino che tiene stretto
tra le dita. Non ricorda chi gli ha insegnato che così facendo si sterilizza il
ferro così da diminuire il rischio di infezioni, ma la memoria torna ad una
delle prime ferite che si è procurato e sterilizzazione o meno l'infezione si
era manifestata con una potenza inaudita. Ancora gli sale la nausea se ci
ripensa. In quell'occasione non aveva proprio potuto fare a meno di affidarsi
nelle mani di un dottore… una categoria che Zoro stima moltissimo certo, ma
che preferisce non frequentare se non è strettamente necessario.
Infila il lungo filo nell'ago e si sbenda la ferita. Ancora
non ha smesso del tutto di sanguinare. Chissà quanto sangue ha perso da quella
mattina.
Ingoia ancora un lungo sorso di rhum e poi ci innaffia lo
sbrego sanguinante. Ora il dolore è veramente lancinante.
Con un gemito sommesso infila l'uncino nella ferita e
comincia ad operare…
"Scusa…" una voce al suo fianco lo costringe a
fermare la sua operazione.
Di nuovo una testa rossa…
Seduta accanto a lui, solo pochi metri più in là,
anch'ella con le gambe penzoloni verso le onde spumeggianti del mare, c'è la
ragazzina che gli è capitombolata addosso solo qualche ora prima.
Ha lividi e graffi su gambe e braccia, se non ricorda male
prima non ne aveva, e di sicuro non sono una conseguenza della caduta che ha
avuto dopo il loro scontro, nessuna caduta può essere tanto disastrosa. Un velo
di mestizia le oscura lo sguardo.
Zoro la osserva, invitandola tacitamente a continuare.
"E' alcool quello che c'è in quella bottiglia?"
gli chiede, con un tremito doloroso nella voce, tenendo una mano sullo stomaco,
come a contenere un dolore ben più penoso di qualche graffio.
Zoro annuisce diffidente, ha imparato a non fidarsi mai di
chi non conosce e quella ragazza fino a prova contraria è una perfetta
sconosciuta che fa domande decisamente strane.
"Ti… ti scoccerebbe se te ne chiedessi un
sorso?" gli domanda flebilmente, per nulla intimorita dalla possibilità di
un rifiuto, se il suo tono è un po’ titubante non è certo per mancanza di
impudenza.
Zoro non sa che rispondere, potrebbe rimanere ore a
valutare la richiesta della rossa, ma sinceramente non ha voglia di perdere
tempo su cose totalmente inutili, con un cenno della mano le suggerisce di
avvicinarsi… dopotutto perché negare un sorso di rhum ad una persona che
sembra avere avuto una giornata peggiore della sua?
La ragazzina si alza in piedi, un po’ lentamente in verità
e gli si fa vicino barcollante, lasciandosi ricadere al suo fianco, senza
riuscire a reprimere un gemito.
Con uno sguardo chiede il permesso di sorseggiare la
bevanda e Zoro glielo concede con un accenno.
La rossa sembra una bevitrice nata nonostante l'età.
Ingoia un trittico di corpose sorsate di rhum senza fare una piega, né mostrare
una sola smorfia di disgusto e poi con la stessa grazia di un uomo si asciuga le
labbra con l'avambraccio, esalando un ringhio di soddisfazione.
"Ci voleva proprio!" esclama. Sul suo viso ora più
arrossato sembra essere svanite le rughe dolorose che le camuffavano i tratti,
ora la sua espressione tradisce la sua natura scaltra e un sorriso radioso le
illumina il viso.
"Ti ringrazio!" dice poi, rimettendo a posto la
bottiglia e accorgendosi forse solo in quel momento, o semplicemente
preoccupandosene solo in quell'istante, di ciò che il suo benefattore sta
facendo.
"Wow, bel taglio? Che hai fatto?" gli domanda
impudente.
E Zoro nuovamente rimane in silenzio. Ancora non ha avuto
modo di spiccicare una sola parola, semplicemente non ritiene necessario dare
spiegazioni, né tanto meno parlare se si può benissimo comunicare senza
parole.
E giusto per non tradire i suoi sani principi di uomo
silenzioso e introverso riprende a ricucirsi la ferita, senza rispondere, non
prima di aver recuperato il suo rhum e aver dato un'altra massiccia sorsata.
La rossa continua ad osservarlo, un po’ incuriosita e un
po’ critica riguardo al lavoro che sta facendo. Non è certo un chirurgo ma sa
che in quella maniera a quel ragazzo rimarrà una cicatrice irregolare e ben più
terribile dello squarcio in sé.
"Ehm… so che non sono affari miei ma… non ti
converrebbe prendere un po’ meno… pelle?"
Zoro sbuffa infastidito e stranamente non riesce a
trattenere un commento.
"Sei un dottore?" domanda senza guardarla,
stringendo i denti mentre infilza un altro punto nella carne fresca.
"No… veramente no… però mi intendo di
cucito!" la sua confessione ha un'inflessione che la fa assomigliare ad una
presa in giro.
Zoro alza lo sguardo e la vede sorridere. Un po’ lo
sconcerta quell'espressione aperta e serena nonostante sia evidente che sia
dolorante a seguito delle percosse. Già, perché solo con le percosse si
possono spiegare quei lividi marcati; e quello che ha sulla guancia non può che
essere il segno di un graffio.
"Si… ma il mio braccio non è un tessuto da
ricamo." dice sarcastico, sperando di spiazzare la sua interlocutrice con
quell'affermazione. Le persone che ostentano sicurezza lo attraggono da un lato
ma dall'altro lo innervosiscono da morire. E dire che lui appartiene alla stessa
identica categoria di spavaldi! A volte in effetti si prenderebbe a calci in
culo da solo.
"Se non lo sai la pelle conciata è un tessuto che va
cucito né più né meno del cotone… è solo più duro!"
Il duello verbale sembra aperto.
"E con questo cosa vorresti dire? Che se ti lasciassi
provare a ricucirmi la ferita mi delizieresti con un bel punto croce?"
"Non un bel punto croce ma certo col mio aiuto non ti
ridurresti il braccio peggio di una cartina navale."
Zoro sbuffa ma sembra intenzionato a riprendere il suo
lavoro… accidenti a lui e a quando ha deciso di dare confidenza ad una
sconosciuta!
"Guarda che io voglio solo aiutarti… e poi devo pur
sdebitarmi per il sorso di rhum che mi hai concesso!"
"Figuriamoci…" come al solito Zoro non si
preoccupa di manifestare apertamente il suo stato d'animo e la sua cadenza è
tutt'altro che amichevole… anche perché provate voi a tener testa ad una
discussione mentre vi state martoriando un braccio con un ago uncinato.
"No, davvero… "
"Davvero niente… ce la faccio benissimo da
solo."
"Non mi sembra!" commenta di nuovo la rossa,
insistente.
"Bada alle tue di ferite, invece di preoccuparti delle
mie! Sei tutta un livido!"
Il danno è fatto.
Forse era un tasto che non andava toccato, ma Zoro a volte
ha la sensibilità di una macina e non si preoccupa delle conseguenze.
La rossa si ammutolisce all'istante e comincia a guardare
insistentemente l'orizzonte. Zoro la guarda di sottecchi, fingendo di aver
ripreso il suo lavoro. Sbaglia o è una l'ombra di una lacrima quella che gli
sta inumidendo l'occhio? Ma a lui che importa in fondo? Stupida femminuccia! Fa
tanto la spavalda e poi per un suo commento si rabbuia all'istante? Perché poi
dovrebbe interessarsi delle sue reazioni. Non la conosce nemmeno. E allora cos'è
quella stretta alla bocca dello stomaco?
No, non può nascondere a sé stesso di provare un leggero
senso di rimorso per quello che ha detto se davvero l'ha ferita. Nonostante
tutto quello che trasparisce dal suo essere, dalla sua figura severa e fredda,
non si può dire che Zoro non sia una persona sensibile, o quantomeno non lo sia
quando serve veramente.
Forse è meglio dare una smossa a quella situazione prima
che i rubinetti si aprano irrimediabilmente.
"Faresti meglio a dare un'altro sorso… non mi va di
finire da solo tutta questa bottiglia, in fondo sono ancora minorenne."
La rossa volta lo sguardo e cambia di nuovo espressione.
Sembra essere geneticamente predisposta a cambi repentini d'umore o forse è
stata la vita a renderla soggetta a queste singolari trasformazioni, una vita
tutt'altro che facile probabilmente. Nonostante tutto sembra volere scacciare le
malinconie, piega all'insù le labbra sottili, in un sorriso, falso magari…
una scia di bianco dipinta su una macabra ed oscura facciata, ma pur sempre un
sorriso.
"Non posso…" le risponde lei e Zoro capisce di
essere stato incastrato.
Con un sospiro le porge braccio e ago: "Se non ti fa
schifo il sangue… è tutto tuo!"
La rossa da un sorso al rhum e poi comincia a ricucire lo
sbrego, con una risolutezza e una freddezza impressionante per una ragazzina
della sua età. I punti sono piccoli e precisi, sembra che non faccia altro
nella vita. Solo ricucire perfetti sconosciuti.
In pochi minuti ha finito il suo lavoro e sorride
soddisfatta a Zoro.
Un lavoro da manuale non c'è che dire, e Zoro non ha
sentito nemmeno molto dolore… se non sapesse che affermando una cosa simile
risulterebbe un masochista, potrebbe dire di aver provato una sorta di
voluttuoso piacere.
"Grazie…" è tutto ciò che Zoro riesce a
dirle, un po’ impacciato a dire la verità… non è abituato a ringraziare e
la cosa balza subito all'occhio.
La rossa annuisce e riprende a guardare l'orizzonte. Non
sembra intenzionata ad allontanarsi e forse sta semplicemente cercando di
recuparare le forze dopo una terribile giornata.
A vederla in quella prospettiva, tranquilla e serena ora,
fa lo stesso effetto di Zoro: è una ragazza sola e indubbiamente molto, molto
triste… nonostante la maestria d'attrice nel nasconderlo, la malinconia le
appertiene tanto quanto i suoi capelli ramati.
Zoro addenta nuovamente il panino e continua a mangiare.
Ora va decisamente meglio, i morsi della fame sembrano
spariti, la ferita è ricucita e la giornata sta volgendo al termine. Non gli
resta altro da fare che andare a recuperare la sua spada e poi andare alla
ricerca di qualche peschereccio che gli dia un passaggio fino alla prossima
isola.
E' riuscito a sopravvivere un altro giorno… e questo è
un bel traguardo.
Rimangono in silenzio lui e la rossa, seduti uno a fianco
dell'altro, ignorandosi verbalmente, ma tenendosi compagnia fisicamente per una
buona mezz'ora, ascoltando i rumori del mare, dei bambini che hanno ripreso a
giocare per il porto e il lamento dei gabbiani.
"Credo che ora me ne andrò!" dice poi
improvvisamente la ragazzina, tentando di rialzarsi a fatica.
Zoro la precede e si rimette in piedi in un attimo,
porgendole la mano.
Questa volta lei accetta il suo aiuto, gli afferra la mano
e si tira su, ringraziandolo con un sorriso… e Zoro si accorge in quel momento
che nonostante sia terribilmente magra e malconcia è davvero carina (tra un
paio di anni sarà un bocconcino davvero prelibato per qualsiasi uomo), non
bella, come la ragazza della locanda, non provocante e arrapante, come la
prostituta del vicolo, ma con un fascino tutto particolare e una forza
spirituale visibile ad occhio nudo. Ha lo sguardo disincantato di chi nella vita
non si aspetta nulla. Non aspetta che il mondo le venga incontro, ma scalcia con
prepotenza per prendersi con la forza ciò che le spetta di diritto.
Da cosa Zoro abbia dedotto tutto ciò non ne ha la minima
idea, sa solo che tutto quel tempo ad osservare le persone anziché parlarci gli
ha permesso di sviluppare una sorta di sensibilità per questo tipo di cose.
"Posso chiederti una cosa?" Zoro si è appena
ricordato di avere bisogno di qualche suggerimento per raggiungere il fabbro…
e non appena la rossa annuisce Zoro le domanda se conosce la via più breve per
raggiungerlo.
"Non devi essere di queste parti eh?" gli chiede
la rossa, ridacchiando allegramente. Forse le è venuto in mente che poche ore
prima Zoro le aveva fatto una domanda simile.
"No, infatti!" risponde.
"Bè… nemmeno io!" esclama la rossa cacciando
fuori la lingua a mo di scusa "Però so dove è il fabbro… ti ci
accompagno per un tratto se vuoi, tanto devo andare nella stessa identica
direzione."
Zoro ringrazia per quell'insperata fortuna, la giornata
sembra aver cominciato a girare nel verso giusto.
Si avviano silenziosamente lungo la via, costeggiando il
porto e poi finalmente la ragazza si ferma, di fianco ad una piccola
imbarcazione attraccata al molo.
"Io sono arrivata… tu basta che procedi sempre
dritto per qualche metro e poi svolti a destra dopo quell'ultima casa laggiù!"
gli suggerisce puntando il dito lontano.
Zoro ora ricorda perfettamente il tragitto.
"Graz…" articola prima di osservare la ragazza
slacciare la cima che tiene legata l'imbarcazione al molo, accorgendosi solo in
quell'istante che la barchetta ha sul piccolo pennone una minuscola bandiera
pirata.
"Ma tu sei…?" domanda involontariamente… un
po’ scioccato forse da quella estemporanea rivelazione.
La rossa ha capito immediatamente a cosa si riferisse e con
un sorriso si affretta a smentire la notizia.
"No… non sono una pirata… questa barchetta la
prendo solo in… prestito diciamo!" esclama facendogli un occhiolino.
Zoro non sa se riesce a capire appieno quello che gli sta
dicendo, ma in fondo non gli importa granché.
"Ti conviene sbrigarti… fra poco la bottega del
fabbro potrebbe chiudere – gli suggerisce nuovamente la ragazzina saltando con
dolorosa agilità sulla barchetta – ci devi portare le tue katane?"
domanda poi senza reale curiosità.
Zoro scuote la testa, socchiudendo gli occhi verso il sole
che piano sta calando all'orizzonte, alle spalle della barchetta della
ragazzina.
"Devo ritirare la mia terza katana… " dice
tranquillamente.
"Usi tre katane?" chiede la rossa un po’
incuriosita da quella rivelazione. Nonostante gli sforzi non riesce a ricordare
cosa le suggerisca il fatto che un ragazzo combatta con tre spade.
Zoro annuisce nuovamente.
"Devi essere molto bravo allora…"
Zoro non muove un muscolo. Bravo lo è probabilmente, il
livello del molto bravo purtroppo per lui deve ancora raggiungerlo a suo
avviso… anche se è l'eccellenza ciò a cui lui mira.
"Ciao…" biascica poi, cominciando ad
allontanarsi, grattandosi distrattamente la cucitura all'avambraccio. Comincia a
prudere ora.
La rossa lo osserva allontanarsi e non può fare a meno di
pensare che è stato bello NON parlare con un tipo simile… per un'ora le è
sembrato di essere seduta sul molo con un amico, dimentica di tutte le sue
preoccupazioni. E per questo motivo lo richiama a sé… costringendolo a
tornare a ritroso sui suoi passi.
"Che c'è?" domanda Zoro, con le mani in tasca in
attesa.
La rossa gli fa cenno di avvicinarsi con un dito.
Zoro non ha idea di dove voglia arrivare e nemmeno sa perché
asseconda la sua stramba richiesta, ma si accosta, e quando è abbastanza vicino
alla balaustra della piccola barchetta, la ragazzina si sporge per quanto le è
possibile dal bordo e gli stampa un bacio sulle labbra. Ora non si sa se la
rossa mirasse propriamente a quella parte, se non sia barcollata un po’ troppo
andando a centrare esattamente le labbra di Zoro, quando invece cercava
semplicemente la sua guancia, fattostà che in qualsiasi modo un bacio rimane
comunque un bacio e Zoro di quel tipo non ne ha proprio mai ricevuti… ma prima
che riesca ad assaporare qualcosa di più che gli faccia comprendere il
significato di quel gesto, la rossa si allontana e mormora un: "Ciao",
andandosi poi a nascondere a prua, lasciando finalmente salpare la barchetta.
Zoro rimane lì per un attimo, un po’ interdetto e
confuso (che poi sono sinonimi, ma meglio un raddoppio che un esagerato
rafforzativo) e proprio non riesce a realizzare quello che è appena successo,
vede la barchetta allontanarsi verso il tramonto e l'unica cosa che riesce a
pensare, è se mai avrà l'opportunità di rivedere quella stramba ragazzina un
giorno o l'altro. Se solo sapesse che fra qualche anno si sarebbero di nuovo
ritrovati, in un altro contesto certo, e con altre prospettive di vita, forse
Zoro avrebbe fatto di tutto pur di non dimenticarla così facilmente. Purtroppo
però di quell'incontro non gli resterà ben presto che uno sfocato ricordo, di
un sorriso un po’ ammaccato e di un bacio dal sapore di… mandarino?
Scacciando ben presto perplessità e confusione torna sui
suoi passi e si avvia verso il fabbro.
L'uomo è chino, su una lama piuttosto malridotta,
circondata dai vapori grigiastri delle braci ardenti e quando Zoro gli domanda
della sua spada, nemmeno si degna di guardarlo in faccia, gli indica la katana
con l'impugnatura bianca poggiata al muro assieme ad un altro numero
inestimabile di spade e gli dice di posare il denaro sullo sgabello di fianco a
lui.
Finalmente Zoro riesce a riavere tra le mani la sua adorata
Wado… la spada di Kuina, il suo futuro… Zoro è felice di constatare che
quel profittatore ha fatto un ottimo lavoro. E' quindi senza troppo rammarico
che sgancia la cifra richiesta sulla sedia e si allontana, sventolando in aria
la katana, godendo nel sentire il rumore della lama che fende l'aria, come il
suono più coinvolgente che mai strumento musicale potrebbe eguagliare.
Ora cammina con passo sicuro verso il porto, finalmente con
tre katane agganciate alla cintura, finalmente a suo agio.
I pescherecci tornano a casa dopo una giornata di lavoro,
il cielo ormai è scuro e i gabbiani si risvegliano da un pigro pomeriggio
perseguitando le imbarcazioni cariche di pesci, mentre i pescatori li scacciano
a suon di urla e bestemmie.
Ci sono un paio di navi mercantili comunque, alcuni marinai
stanno caricando delle casse, pronti a salpare per il prossimo viaggio.
Zoro sa che se vuole andarsene al più presto deve chiedere
a loro.
Si avvicina ad un vecchio marinaio, quello che sembra
dirigere la baracca, rugoso e abbronzato dagli anni passati per mare e gli
chiede se non sarebbero disposti a dargli un passaggio verso la prossima isola,
potrebbe pagare o magari aiutarli a caricare la merce…
Il vecchio lo scruta con attenzione, forse i muscoli del
ragazzo lo hanno convinto, ma un bagliore sorpreso gli accende lo sguardo vacuo
quando i suoi occhi si vanno a posare sulla tre katane che porta agganciate alla
fusciacca.
"Tu sei…?" chiede senza ardire continuare.
Zoro non risponde ma riprende il discorso eludendo la
domanda. Non ha proprio voglia di dare spiegazioni, è veramente troppo stanco.
"Potrei portare un paio di casse…"
Il vecchio lo guarda sospettoso, ma gli anni di esperienza
gli hanno dato la capacità di capire chi si trova di fronte e valutarne la
valenza morale senza farsi troppe seghe mentali. Con un cenno del capo gli
indica un paio di grosse botti.
"E sbrigati che fra un po’ si salpa…"
Zoro non si fa ripetere due volte l'ordine e si carica
entrambe le botti in spalla… sono pesanti ma ce la può fare.
La giornata è stata stancante e Zoro finalmente si trova
sulla nuova imbarcazione, circondato da marinai che non conosce, sul ponte di
una nave che puzza di pesce. Sa che dovrebbe mangiare qualcosa, che durante la
giornata non ha immagazzinato abbastanza energie, ma il suono ovattato delle
onde che si infrangono sulla carena, la leggera brezza della sera che gli
scivola sul corpo, portando con sé il profumo della salsedine e il borbottio
ovattato degli uomini di fianco a lui, gli conciliano il sonno. Socchiude gli
occhi e pensa a dove sarà mai diretta quella nave… nemmeno si è fatto
scrupolo di chiedere… ma la cosa al solito non gli interessa. Ovunque andrà
ad approdare non gli importa, tanto sa che il suo è un viaggio senza fine. E
poi un posto vale l'altro.
Sente lo stridio di qualche gabbiano, e dalle fessure dei
suoi occhi semichiusi gli sembra di scorgere di nuovo un albatros. Chissà se è
lo stesso che ha visto quel pomeriggio.
Va a caccia. La sera a quanto pare è il suo momento preferito, si risveglia da un pomeriggio apatico e comincia a vivere. Invece Zoro a quell'ora ha solo voglia di dormire. In questo frangente lui e quel tacchino volante sono diversi… profondamente diversi… la notte è fatta per riposare… e dormire e…
Fine.
Scrivo quest post scriptum solo per fare dei ringraziamenti: in primis al mio neurone, che ha fatto un buon lavoro dopo mesi di lambiccamenti mentali e collaborando con il caldo, afa e qualche litro di thè freddo, mi ha permesso di scrivere qualcosa che non mi faccia propriamente senso. Ringrazio la mia inestimabile socia Si-chan perché sta sempre ad ascoltare i miei deliri One Pieceani (e ne fa altrettanti) e legge sempre ciò che scrivo, senza lamentarsi mai. Un piccolo ringraziamento va anche ad Egle che ha letto la ff e grazie al suo commento dell'avambraccio virile di Zoro mi ha permesso di decidere su quale parte del suo corpo focalizzare l'attenzione. Poi ringrazio Zoro… senza di lui questa storia ovviamente non sarebbe proprio nata… e infine ringrazio i Metallica o chi per loro, per aver fatto da colonna sonora durante la stesura di questa ff.
A
chi la dedico? Ma a chi piace Zoro… ovviamente!
Nota: La locanda Billy Bones prende il nome di uno dei personaggi del libro "L'isola del tesoro".